Kyosaku
Storia di un kyosaku che c'è
Tutte le strade portano al kyosaku. E il kyosaku conosce tutte le strade.
Ovvero: Storia di «un» kyosaku. Quello che c'è. Anche se non lo vedrete.

Coverciano, 1974. A sinistra Pipitone e Prella, entrambi insegnanti a Torino.

Roma, 1979. Alla destra Claudio Bosello, pioniere dell'aikido e a lungo vice presidente dell'Aikikai d'Italia. Entrambe le foto provengono dalla rivista Aikido dell'Aikikai d'Italia
Non venivano considerate scomodità le strutture rudimentali del Dojo Centrale, nè veniva considerato uno svantaggio il numero dei partecipanti, che si era ridotto drasticamente.
Essendo all'epoca prima addetto alla Segreteria dell'Aikikai, e poi Segretario Nazionale, avevo molte mansioni da svolgere durante quei seminari, con una punta di rimpianto per il tempo e la concentrazione che hanno sottratto alla pratica eallo studio. Quelle che sicuramente pesavano di meno, erano anzi un vero piacere, erano le piccole incombenze quotidiane da cui sollevare il maestro, per permettergli di concentrarsi al massimo sull'insegnamento.

Roma, 1992. Dal video La via armoniosa, di Francesca Catarci
La risposta è no: da lì non si poteva vedere nulla, i vetri erano rivestiti di materiale opaco che non permetteva di guardare dall'esterno verso l'interno ma nemmeno il contrario.

Dalla famigerata finestrella (1984 circa)
Il pur breve tragitto dalla mia segreteria a quella del Dojo, da dove partiva la scaletta a chiocciola che portava alla foresteria, era procelloso: raramente riuscivo a fare più di un metro senza essere assalito e dirottato dai postulanti. Quindi presi l'abitudine di lasciare quegli oggetti (rin ossia campana, jo e bokken e quanto altro), al sicuro accanto al mio posto di lavoro, per spostarli solo dopo quando, esausto, mi guardavo intorno e mi rendevo conto di essere rimasto (finalmente) solo nel Dojo.
In uno di quei frangenti, era il 1981, mi rimase tra le mani, non avendo nemmeno trovato il tempo di poggiarlo, il kyosaku. E' , per chi non lo sapesse ancora, il bastone piatto simile ad uno spatola che durante la pratica dello zen viene utilizzato sulle spalle dei praticanti per risvegliarli da uno stato di torpore o per ricondurre i loro pensieri - ovvero assenza di pensieri - verso la giusta - o assente - direzione. Aveva un aspetto insolito, e dimensioni minori del consueto. Era, lo venni a sapere molto tempo dopo, un kyosaku da viaggio. A quei tempi ero febbrilmente intento in ogni momento libero alla fabbricazione di bokken in legno, e anche il kyosaku è in legno. Lo stesso tipo di legno... Il resto è immaginabile: mi guardai intorno per cercare un foglio di carta ove riportare i contorni del kyosaku ricavandone una dima (sagoma di riferimento per la lavorazione, ma non cercate nei vocabolari giapponesi perché è una parola italiana). Non c'era nulla di adatto, ripiegai su due diplomi di dan di scarto, che per dimensioni e spessore si prestavano maggiormente rispetto al comune foglio di carta da lettera. Su un diploma kyu, anchesso di scarto, annotai invece gli spessori.
Quel materiale mi seguì in varie vicissitudini per molto tempo. Periodicamente riemergeva da un cassetto o da un ripostiglio e pensavo: "un giorno o l'altro..."

Il diploma kyu sotto gli altri, col decoro color seppia, era la prima versione, non più utilizzabile dopo l'adozione di quello blu. Porta il timbro del 27 febbraio 1981. Quello blu venne scartato per un difetto nel timbro Aikikai no Itaria (in alto a sinistra)
Una volta terminata la fabbricazione del "mio" kyosaku, rimaneva da decidere cosa farne. Avevo perso i contatti con Taino roshi, con cui avevo praticato zen rinzai e che fu la prima persona a cui pensai. Avrei potuto rintracciarlo facilmente ma difficilmente avrei trovato il tempo di recarmi al monastero per consegnarglielo. Ma fortunatamente non mi mancano gli amici, E alcuni di questi praticano o insegnano (e un giorno spiegherò le ragioni d questo corsivo) zen.
La scelta della persona fu istintiva e immediata, senza dubbi o esitazioni. Lo andai a trovare, e dopo i convenevoli misi senzaltro, senza commenti, il kyosaku sul tavolo. Dopo la sorpresa iniziale, ritornatagli la parola, me ne venne naturalmente chiesta la storia, e man mano che andavo avanti lo stupore del mio interlucutore cresceva. Assieme al mio. Per farla breve, ecco la storia "vera".
Nel 1967, se non ricordo male, Taisen Desshimaru roshi, che per la prima volta veniva in Europa, tenne alcune sessioni zen presso il Dojo Centrale di Roma (esiste una documentazione fotografica dell'evento, e negli anni seguenti ne venni addirittura in possesso).
Ripartendo, in segno di ringraziamento, lasciò a Tada sensei il suo kyosaku da viaggio. Era esattamente quel kyosaku che veniva utilizzato durante i seminari kinorenma in quegli anni. Diverso tempo dopo Tada sensei a sua volta lo lasciò ad uno dei suoi discepoli: la persona che avevo davanti in quel momento. Che non si sentiva però ancora pronto per quel lascito: lo donò al primo discepolo di Taisen roshi.
Ma infine il circolo si chiudeva: quanto era stato a lui destinato lo raggiungeva comunque, sia pure per vie apparentemente contorte, estremamente lunghe e prive di logica. E in una diversa incarnazione (se così si può dire, ammettendo che anche il legno conosca diverse vite; vi risparmio il neologismo inlegnazione).
Non esiste per quanto io sappia alcuna foto o disegno di quel kyosaku, a parte il rudimentale oshigata che io ne feci a suo tempo. E ritengo doveroso non pubblicare ora nemmeno immagini della mia modesta copia.